Studio Picone
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Picone ha sempre voluto sfuggire da ogni categoria, e questo gli ha dato la libertà di spaziare in tanti ambiti differenti senza dover giustificare o motivare le sue scelte professionali.

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Amava lavorare sui significanti e non sui significati, sugli oggetti e non sul loro nome, sui disegni e non su ciò che esprimevano. era un creatore, non di parole ma del senso che queste avevano. la sua materia d’elezione erano il colore e il segno: questi sono stati gli elementi portanti di tutta la sua vita. senza giustificazioni o impalcature teoriche di sorta.

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E mentre scorrevano i decenni, durante i quali migliorava la sua abilità nel disegnare e nello stampare sempre nuove grafie, Picone cercava di tracciare le tappe fondamentali della sua vita – mostre, esposizioni, incontri, contatti, rassegne, pubblicazioni ecc. –, senza accorgersi che, su tutto, chi raccontava meglio e senza errori la sua carriera, era proprio il suo lavoro: le ceramiche, i tessuti, gli abiti e i tantissimi disegni che, ancora oggi, ci invitano a leggerne la poesia.

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picone_10“I pretini nascono tra il 1955 al 1958, nel periodo successivo al mio definitivo trasferimento a Roma. Allora vivevo ancora a Napoli. Erano gli anni in cui frequentavo il Collegio Massimo San Luigi dei Gesuiti sulla collina di Posillipo.

Ebbi una sensazione molto strana nel vedere l’uscita di un gruppo di preti nella piazza antistante al collegio. Nella salita, da lontano, notai queste piccole figure in libera uscita, che si muovevano come tanti puntini bianchi e neri. Mi sono detto: voglio tentare di fare questo tipo di decorazione. Desideravo provare a rappresentare questo momento, coglierlo nel suo nascere, e così ho fatto. Fu una salvezza incappare in questo motivo.”

A chi gli domandava il perché di tale scelta grafica lui rispondeva:
“Io vedo i pretini come parte del paesaggio italiano”.

 

11L’amico Gino Marotta racconta:

“Giuseppe era talmente dedito a questo motivo che per fare una testa di un pretino ci metteva delle ore. Doveva essere perfetta, come la immaginava nella sua mente, con la fronte schiacciata o con il viso allungato, con l’abito lungo o con i bottoni. Non era solo una questione pittorica, ma anche espressiva. Lavorava a questo stile come se fosse una vera e propria architettura. Per lui questo personaggio era una sorta di costruzione da definire volta per volta. Veniva costruito e modificato con un impegno e una complessità che, a guardarli, nessuno coglie o comprende. Invece sono il frutto di continui studi e ricerche.” continua marotta: “Lui esercitava un sorta di ‘sacerdozio’ delle immagini attraverso il quale rappresentava se stesso. Il non cambiare mai motivo decorativo, il fatto di esercitare una continua ricerca di una variante del pretino, il mantenere in vita uno stilema per tutta la sua esistenza – uno stilema difficile, caduco – non deve essere stato facile. Ma lui c’è pienamente riuscito.